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DONNE, PROFESSIONE E ISTITUZIONE

Sono passati 128 anni da quando, nel 1883, la prima donna, Lidia Poet, si iscrisse, o meglio, tentò di iscriversi all’Albo degli Avvocati. Laureata nel 1881, a 26 anni, presso l’Università di Torino, dopo il periodo di pratica presso lo studio del fratello superò l’esame di abilitazione e presentò domanda di iscrizione al Consiglio dell’Ordine di Torino che – non senza forti dissidi interni – la accolse.

Il Pubblico Ministero impugnò il provvedimento di iscrizione e la Corte d’Appello di Torino revocò l’iscrizione. La collega ricorse in Cassazione ma il ricorso venne rigettato. La Corte di merito sostenne che  a causa della sottoposizione delle donne alla volontà del marito, che dovevano seguire in ogni spostamento, le stesse non potevano essere affidabili e potevano risultare pregiudizievoli per il cliente che avrebbe avuto un difensore privo di tutte le facoltà giuridiche. Inoltre, a causa del ciclo mensile, per almeno una settimana al mese le stesse non avrebbero potuto garantire l’equilibrio necessario per affrontare le questioni che venivano loro sottoposte.

La Corte Suprema, inoltre, rigettò il ricorso sulla base di una legge che impediva alle donne l’accesso agli Uffici Pubblici, quale quello della professione forense veniva considerato.

Nel 1919 tale legge fu abolita e solo nel 1920, all’età di 65 anni, Lidia Poet  potè finalmente iscriversi all’Albo degli Avvocati.

La cosa oggi ci fa sorridere ma in realtà, fino a non molti anni fa, la professione forense era di nettissima preponderanza maschile  e le poche esponenti femminili erano considerate eccezioni.

Basti pensare che agli inizi degli anni 80 le donne rappresentavano solo il 6% dell’avvocatura , a fronte del quasi  50% attuale . In poco meno di 30 anni, dunque , si è avuto un incremento femminile esponenziale rispetto a quello che vi era stato nei 60 anni precedenti.

I numeri dell’Ordine di Roma  possono dirsi rappresentativi del dato nazionale.

Le donne avvocato oggi rappresentano il 41% circa degli iscritti.

Suddividendo il dato per fasce di età, risulta che:

 nella fascia 60 - 90 anni gli iscritti donna sono 373 a fronte dei 2.896 uomini;

nella fascia 40 – 59 anni le donne sono 3.772 a fronte dei 5.781 uomini;

nella fascia 25 – 39 anni le donne sono 5.129 mentre gli uomini 4.208.

A fronte, quindi, di una complessiva prevalenza, seppur esigua, maschile, negli ultimi anni gli avvocati donna costituiscono la maggioranza degli iscritti all’Ordine.

All’incremento numerico, tuttavia, non corrisponde una pari progressione di carriera , di reddito, di opportunità nel conseguimento di incarichi istituzionali.

E’ risultato, da varie indagini svolte dal censis e da associazioni di categoria , che le donne avvocato guadagnano come gli uomini nella prima fase della carriera ma arrivano a produrre redditi di circa la metà rispetto a quelli degli uomini nel progredire del cammino professionale.

La rappresentanza istituzionale è ancora per la stragrande maggioranza, riservata agli uomini. I Consigli dell’Ordine annoverano fra i loro componenti circa il 23% di donne. La percentuale, relativa al dato nazionale, varia non poco tra le varie regioni essendo molto piu’ elevata al nord.

A Roma una costante ( ma pur sempre molto esigua, rispetto al potenziale numerico espresso ) presenza femminile in Consiglio può essere collocata solo all’inizio del corrente millennio.

Le cose vanno ancor peggio con le cariche : a Roma una donna non è mai stata Presidente né Segretario.

Perché accade questo?

Indubbiamente il problema della maternità e degli impegni familiari difficilmente conciliabili con l’esercizio dell’attività professionale incide non poco.

Tuttavia il problema della maternità e della famiglia non appare idoneo né sufficiente a giustificare il deficit di rappresentanza femminile nelle istituzioni forensi.

Basti pensare – per rimanere nel campo giustizia – alle donne magistrato. Anche loro, che pure usufruiscono di tutte la garanzie predisposte dalla legge a sostegno della maternità nel settore pubblico e comunque del lavoro dipendente, annoverano una scarsissima presenza  nelle sedi istituzionali e di rappresentanza della categoria.

Ci sono dunque anche altre motivazioni che impediscono l’affermazione della donna nei ruoli piu’ rappresentativi.

Oltre ad una fisiologica residua resistenza culturale verso una competizione tesa a conseguire una posizione di potere ritenuta tradizionalmente appannaggio maschile, un altro problema è costituito  dall’autoesclusione della donna che rifiuta la gravosità dell’impegno a fatica conciliabile con la vita familiare anche in presenza delle garanzie poste a tutela delle donne lavoratrici.

Alle ultime elezioni per il rinnovo del Consiglio dell’Ordine di Roma si sono presentati 60 candidati, di questi solo 13 donne.

Si potrebbe obiettare che alle donne non viene offerta possibilità di entrare nelle liste, ma anche questo non è del tutto vero perché spesso è difficile trovare volontarie.

Questo è il motivo per cui la previsione di quote di genere che garantiscano l’accesso alle candidature  lascia francamente perplessi.

L’impegno è obiettivamente enorme e comporta grandissimi sacrifici che si ripercuotono su famiglia e professione.

Il lavoro è però stimolante e personalmente gratificante.

Nel presente biennio alle due Consigliere dello schieramento di maggioranza sono stati affidati incarichi di estrema importanza quali il coordinamento dell’Ufficio Disciplina, del settore Formazione, della commissione deontologica  , di quella famiglia e minori, sport e cultura.

Insieme hanno coordinato la commissione pari opportunità che ha visto la partecipazione entusiasta di numerose colleghe , tutte molto capaci nell’esprimere la piena  valorizzazione della professionalità femminile e nel coltivare gli idonei rapporti istituzionali per favorire la piena integrazione fra generi.

Il percorso non sarà breve né veloce. Ma i colleghi maschi si stanno rendendo conto delle potenzialità che le donne sono in grado di esprimere anche nella vita istituzionale. E chissà che un giorno il duro , costante e silenzioso  lavoro  non possa approdare al giusto riconoscimento in termini di potere e visibilità anche all’interno del nostro Consiglio dell’Ordine. 

Cristiana Arditi di Castelvetere e Livia Rossi

 

 

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