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L’occasione offerta dalla presenza della terza edizione del Salone della Giustizia a Roma è particolarmente propizia per l’Ordine degli Avvocati di Roma di Francesco Gianzi

L’occasione offerta dalla presenza della terza edizione del Salone della Giustizia a Roma è particolarmente propizia per l’Ordine degli Avvocati di Roma e ci fornisce l’opportunità di renderci disponibili e di aprirci  al confronto con le altre forze dell’avvocatura, nel tentativo di compiere una sintesi delle diverse questioni che sono sul tavolo in questo momento.

Affronteremo il 2012 alle porte con il secondo Ministro della Giustizia nominato in pochi mesi, in uno scenario politico e istituzionale completamente cambiato.

I provvedimenti adottati nel corso dell’estate e dell’autunno e, in extremis, nel maxiemendamento alla Legge di stabilità adottata dal precedente Governo, hanno inciso in profondità sullo stato della Giustizia civile, in particolare e sulle norme regolatrici della libera professione forense.

L’aumento significativo del contributo unificato, la sua estensione a procedimenti che erano esenti fino a quel momento, ha aggravato il già preoccupate stato del diritto dei cittadini all’accesso alla Giustizia, appesantendone i costi e scoraggiando, di fatto, il ricorso all’introduzione di nuovi processi.

 

Certe norme punitive e il ricorso reiterato, ad una magistratura onoraria e supplente che non tiene conto dell’avvocatura, accompagnano questo aumento di costi e inducono a ritenere che non solo si intenda scoraggiare l’incremento delle liti (probabilmente a favore della mediazione, almeno nelle intenzioni), ma che non vi sia l’intenzione di mettere mano al problema del sovraccarico con interventi strutturali, oramai necessari e non più rinviabili.

Le dichiarazioni di intenti liberalizzatori del settore delle professioni intellettuali, sono state, ancora una volta, affrontate senza la minima concertazione. Questa mancanza di dialogo va peraltro rilevata da ambo le parti, perché anche una certa Avvocatura (a cominciare da quella parlamentare), non si è mostrata capace di fornire alcun aiuto nello sbrogliare matasse normative, nel far cadere i privilegi ormai inutili e invisi al comune cittadino, né a condurre in porto una riforma della professione forense troppe volte annunciata e condivisa solo a parole.

Così, saltando in un balzo da un governo all’altro, sulla spinta di pressioni internazionali esterne al sistema, abbiamo assistito a interventi flash, adottati in poche ore, dalla sera alla mattina, che hanno innescato bombe ad orologeria come quella dell’introduzione della società di capitali tra le forme organizzative degli studi legali.

Da parte dell’Ordine degli Avvocati di Roma non c’è una preclusione preconcetta, tutt’altro, ma non se ne condividono le modalità. Abbiamo ben presente quanto e come sia variegato l’universo dell’avvocatura, in cui convivono studi artigiani e grandi network globali. A nostro parere, nuove norme e formule organizzative possono servire ad aprire delle opportunità, ad indicare alternative che potranno non essere valide per tutti, ma per qualcuno lo sono senz’altro. Siamo però contrari alla pedestre parificazione dello studio legale ad una impresa, laddove questa parificazione ne svilisca il contenuto più profondo e non si limiti alle questioni di mera organizzazione e gestione.

Quel che molti avvocati non riescono a comprendere è la metodologia di approccio a questi problemi, di dubbia qualità quanto a tecnica legislativa, poiché bypassano completamente le parti interessate, si travolgono consuetudini di consultazione radicate e fondanti della condivisione democratica delle riforme e addirittura sorpassa, in corsa, ordinamenti molto più avanzati, senza prendere in esame l’armonizzazione delle nuove norme con tutto l’impianto normativo esistente.

Ben venga dunque una società tra avvocati, purché un eventuale detentore di capitale esterno sia minoritario e la governante resti in mano ai professionisti. Ben venga, se si concilieranno, con l’aiuto degli avvocati, le norme sulla responsabilità sociale, sul trattamento fiscale, sulla successione dello studio e via dicendo.

Da parte nostra desideriamo credere che il nuovo Ministro, quale donna e avvocato, forte di una competenza innegabile e di una esperienza personale e professionale che meritano il massimo rispetto, sappia affrontare con equilibrio e fermezza i tanti problemi del Sistema Giustizia e auspichiamo che siano terminate le stagioni delle forti contrapposizioni, che la Giustizia torni ad essere un pilastro di civiltà e il

ruolo dell’avvocato quello di contribuire a sostenere questo pilastro dalle sue fondamenta.

Come Ordine degli Avvocati di Roma abbiamo cercato, in tutte le occasioni possibili,  di fornire il nostro contributo alla costruzione di posizioni collettive e condivise, ben consapevoli, come già ricordato, che l’avvocatura non è solo un mondo, ma un universo complesso e articolato in cui trovano vita molti mondi, distanti e differenti tra loro.

 

 

 

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