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Il decadimento della professione forense - Aspetti significativi- a cura di Giovani Cipollone La assurda attuale pretesa di voler comparare la nostra attività professionale ad una attività commerciale, ha sempre suscitato nella classe forense, quanto meno, uno sdegnato disappunto. Tale prospettazione tende a cancellare, drasticamente, secoli di civiltà giuridica e nega la nobile essenziale funzione dell’avvocato, che opera sempre al servizio dei cittadini e dei loro interessi. Sosteneva un grande maestro, Francesco Carnelutti, che “se il giudice ama credersi esperto di Giustizia, l’avvocato conosce i limiti dell’umana capacità di captare la giustizia” (Cfr. F. Carnelutti “ Vita di Avvocato” ERI Edizioni RAI, 1961 pag.52). Orbene, nella attuale e inarrestabile crisi di valori, appare quanto meno sproporzionato “globalizzare” in un unico contesto lavorativo l’attività umana, comunque e ovunque degna di rispetto, se tendente al perseguimento di sani principi etici. Dopo tali premesse, non può certamente considerarsi un nostro collega colui che, avanti il Palazzo di Giustizia di una città del Nord Italia, seduto dietro una “bancarella”, offriva i suoi buoni uffici di legale, mostrando un listino del proprio prezzario. E’ forse necessario ricordargli che è ancora attuale il discorso tenuto nel 1875 dal Guardasigilli dell’epoca, Giuseppe Zanardelli, per celebrare l’istituzione del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati presso il Tribunale di Brescia. Egli così dichiarò: “nel discorrere dell’altezza e della dignità dell’officio dell’avvocatura, mi chiesi se io possa per avventura parer somigliante al monaco, il quale facendo la storia del suo convento non può narrarla senza entusiastici ed enfatici elogi”. Ed aggiunse: “un tale pericolo non mi trattiene poiché io sento soprattutto come non sia per vanitosa compiacenza che dobbiamo formarci un alto concetto della nostra professione, ma perché, invece, ove essa non si presentasse ai nostri sguardi, ai nostri intelletti e ai nostri sforzi con tale grandezza, ove la facessimo mestiere, noi non sapremmo degnamente esercitarla; onde se più alto ne cerchiamo l’ideale, non facciamo che accrescere la misura dei doveri e dei sacrifici a cui dobbiamo obbligarci”. Al fine di non incorrere in clamorosi errori di comportamento, voglio ricordare ai giovani colleghi che la qualità e l’etica della professione forense sono le prerogative basilari per salvaguardare l’indipenza dell’avvocato da ogni potere. E non bisogna tralasciare di ricordare che è sempre vigente l’art. 5 del nostro Codice Deontologico. Tale importante norma preserva d’ispirare la nostra condotta alla osservanza dei doveri di probità, dignità e decoro. Bisogna, quindi, accantonare l’idea di offrire i propri servigi servendosi di bancarelle. La nostra “arte” non è mercanzia da vendere al dettaglio. Il pensiero corre veloce ad una cinquantina di anni fa, quando tra i viali dell’Università circolava la voce –sicuramente infondata- della risposta data da un esaminando al docente che gli aveva chiesto cosa fosse il negozio giuridico. Egli rispose, non senza una certa esitazione: “è la libreria specializzata per l’offerta di libri di natura giuridica…”. Tutto potevo immaginare, ma non che si trattasse di un fatto realmente accaduto. Ora mi rendo conto che trattavasi di una profezia. Giovanni Cipollone
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