insiemelogo.jpg (8795 byte)

Quanto segue potrebbe apparire una sorta di indebita autobiografia: ma così non è.

In realtà, racconta   di questioni di “politica forense” che è bene siano note a chi, di questi tempi, si trova le caselle di posta elettronica intasate da mail di colleghi che si candidano alle prossime consultazioni elettorali per il rinnovo del Consiglio dell’Ordine e che si richiamano alla lealtà ed alla “parola data”, alla “unitarietà di intenti”, ai “controlli sui lavori dell’Ordine”, alla “onestà” ed alla “salvezza della Avvocatura”.  di Cristiana Arditi di Castelvetere

Avevo pochi anni, ma già capace di discernimento.

Oggi posso dire di essere stata una bambina “fortunata”: avevo due genitori che hanno sempre dialogato con me, e già sapevo cosa NON volevo.

Crescendo, ma dopo un bel po’ di tempo, avevo capito anche cosa volevo effettivamente: circondarmi di amici leali e che avessero, a loro volta, ben chiaro il rispetto per gli altri.

Soprattutto, il mio obiettivo era quello di “dare un senso” alle mie azioni.

Lo studio e lo sport hanno caratterizzato gran parte della mia vita: sino ai miei venticinque anni mi concentravo su tali impegni (… un po’ di più sullo sport), poi arrivò la musica che mi rapì sino a che non entrai “nel mondo del lavoro”.

La fase della “giovinezza” finì, ed iniziò il secondo tempo della vita mia: diventare Avvocato significò conoscere la ennesima passione, ed ancora una volta dovetti constatare la mia “fortuna”, perché il mio “lavoro” era proprio quello che desideravo svolgere.

Forse per il mio carattere, probabilmente per la mia vivacità -o forse perché credevo ciecamente in ciò che facevo- mi ritrovai ad avere, ancora giovane, una potenzialità di guadagno che mi dava serenità, e –ancora- ad essere “conosciuta” e “ri”conosciuta come Professionista.

Alcune vicissitudini rallentarono per qualche tempo le mie energie, ma tirandomi su le maniche riuscii a “riemergere” dall’acqua che per un po’ mi stava travolgendo.

Ho sofferto, in quel periodo, ma sono cresciuta.

E sempre, pur nella disperazione che tentava di assalirmi, mi tornava in mente una espressione di mia madre: “non ti fidare … non credere alle favole”.

In questi giorni ricade l’anniversario della morte di mia madre.

Mi manca ogni giorno di più: mi mancano le sue carezze, i suoi occhi azzurri come il mare, il suo profumo, e … le sue parole.

Non ti fidare … non credere alle favole”.

Eppure, io ho la coccia dura … o forse sono solo così ingenua da non riuscire proprio a capire.

Perché, ancora nei primi mesi del 2010 , quando di anni ne avevo – ormai – tanti, mi sono trovata costretta a constatare che quella espressione (“non ti fidare … non credere alle favole”) che io tanto contestavo, è quella che – in ogni momento della esistenza di una persona – deve essere tenuta ben presente.

Infatti, prima di quel 2010, credevo di avere due amici: uno, in particolare, “più” amico, l’altro lo divenne dopo.

Questa “storia” però inizia nel 2009.

Mi dicevano: “scendi in campo! Sei intelligente, sei conosciuta, sei brava, sei simpatica! Potresti entrare in una “squadra” che potrà salvare l’Avvocatura. Insieme possiamo difendere i diritti della Categoria”.

Ero entusiasta di tutte quei bei progetti che mi rappresentavano (“riconquistare la dignità della Classe Forense, sconfiggere il marciume di quelli che vorrebbero annientare la professione più bella del mondo, salvare i Colleghi da coloro che vogliono solo occupare la poltrona …”): decisi , quindi, di “candidarmi” per le elezioni al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma.

Il miracolo ha voluto che – alla prima candidatura, alla prima elezione, alla prima esperienza – venni eletta!

Ricordo che in quella notte dello “spoglio”, sentitami “proclamata”, abbracciai mio fratello Michele.

Subito dopo dissi agli altri: “ora devo mettermi a studiare!”.

Rimasi subito sorpresa dalla risposta che mi diedero tre “autorevoli” componenti di quel Consiglio appena eletto: “Studiare??? E che te frega?!”.

Quei componenti erano i mei due “amici”, e un’altra “consigliera”.

Quel biennio fu caratterizzato, soprattutto, dalla delusione che ebbi (… ma, forse, era solo la constatazione dell’essermi – invece –  fidata di una mera “illusione”) da quello che voleva essere il paladino dei diritti degli Avvocati oppressi: in realtà, egli voleva solo diventare “Presidente”.

Il non essere riuscito in questo intento, tirò fuori tutta la sua misoginia, il suo sadismo, la sua malvagità: lo fece, soprattutto, contro di me, perché io – più volte – mi dichiarai non d’accordo rispetto a tutta una serie di iniziative che egli voleva intraprendere che nulla avevano a che fare con “la difesa della Avvocatura” ma che erano solo attacchi contro alcune persone – quelli che lui definiva “nemici”- e che, per quanto mi riguardava, si risolvevano in cattiverie gratuite e pettegolezzi.

Fui, quindi, “scomunicata”, e – di conseguenza – ricevetti la “dichiarazione di guerra” da parte della sua “ancella”: a quel punto divenni una povera demente che non capiva niente di come andavano le cose in Consiglio.

(… Ma io, nel mio piccolo, dovevo solo “servire” i miei Colleghi …! Cosa c’entravano, quindi, tutte quelle battute che egli indirizzava alle persone a lui non simpatiche?? Forse ero una “povera demente” solo perché facevo queste riflessioni …?)

Vista la, evidente, ingiustizia di quel comportamento, quei due “amici” – apparentemente – decisero di “uscire” loro stessi da quel sistema di guida “politica”: da sette che eravamo, rimanemmo in cinque (perché contemporaneamente anche altri due capirono quale era la follia che muoveva la mente di quel signore).

… Però, quel 2009, fu l’anno peggiore della mia vita: i miei genitori decisero di ammalarsi –improvvisamente- insieme: morirono a distanza di tre mesi l’uno dall’altro, ma il loro decesso fu preceduto da mesi di agonia e sofferenze infernali.

La “ancella” vide la mia debolezza, e mise in pratica la sua “dichiarazione di guerra”: le Adunanze consiliari divennero solo attacchi alla mia persona, ingiurie alla mia dignità e critiche alla mia professionalità.

Io ero stremata. Visibilmente stremata.

Soprattutto ero, praticamente, sola.

Quei due “amici” rimasero zitti e muti in ogni occasione, anzi sembravano quasi “divertiti” da quella pantomima che l’“ancella” metteva in atto contro di me.

Paradossalmente, gli unici che prendevano le mie difese erano proprio coloro che non avrebbero dovuto muovere un dito in mio favore: quelli per i quali potevo essere un “avversario politico”, e per i quali – ancora – il mio essere stremata non poteva che far comodo.

Questi ultimi, infatti,  rimanevano sbigottiti e scandalizzati sia dagli attacchi feroci di questa donnetta, sia dal silenzio dei miei “amici”.

Finalmente quell’anno terminò, ed arrivarono le successive elezioni.

Anno 2010: dopo una campagna elettorale estenuante, da me portata avanti – soprattutto – per non rinnegare gli impegni presi, nonostante il lutto che pochi mesi prima mi aveva colpito, venne eletto il nuovo Consiglio.

Noi cinque (i miei due “amici” e gli altri due) venimmo rieletti.

La lista “Insieme” confermò otto consiglieri.

Vinse, quindi, Antonio Conte.

Anche in quella notte feci una affermazione che ricevette una risposta sibillina: “ragazzi, io do per scontato che il Presidente è Antonio Conte. Ha vinto lui: non mi mettete di fronte a giochi di apparentamenti che io non voglio assecondare. Noi siamo e rimaniamo cinque”.

… E, invece, dopo qualche giorno, mi sento chiamare da quello che era il mio “amico”: appuntamento a cena il 16 Febbraio 2010, ristorante la Bella Napoli a Via Simone de Saint Bon.

Lì lo scandalo arrivò a livelli insopportabili: era tutto pronto, il ribaltone. Erano pronte le “poltrone”, era pronto il subentro quale delegato alla Cassa Forense, erano pronte le cariche: mancava solo il mio assenso, e quello di un altro.

Le regole di quel gioco erano le seguenti.

Noi siamo cinque, ma potremmo diventare sette.

L’ancella ci darebbe il suo “voto” se la votiamo come tesoriera: con lei abbiamo parlato, ha detto che se Tu accetti ritirerebbe “la querela”.

Chi? Tesoriera? Con il mio voto? La querela? Quale querela? E che gioco è questo? Noi abbiamo perso, le elezioni sono state vinte da Antonio Conte! Se facessi una porcata del genere tradirei me stessa, la memoria di mio padre, la mia dignità. E per cosa, poi? Per le VOSTRE poltrone! Mi vergognerei per tutta la vita, e voi vi dovreste vergognare oggi per avermi solo proposto una cosa del genere!

“Dicci che cosa vorresti”, incalzavano loro. “Io non voglio niente. Voglio solo difendere me stessa: la mia tradizione, l’amore e la passione per quello che faccio, gli insegnamenti di mio padre, la mia dignità”. “No … Tu ti sei venduta. Che cosa ti hanno offerto gli altri??? Vuoi affrontare la gogna di una querela…?”

“Ma quale querela? Ma che state dicendo??? … E, poi, sapete che c’è? Affronto! Non ho mai saputo di essere “indagata”, ma se anche lo fossi sarebbe un’accusa infondata: preferisco, quindi, avere la possibilità di difendermi in giudizio, piuttosto che essere autrice di una infamità come quella che volete io commetta. E poi per chi? Per una persona che mi ha distrutto la vita e la serenità nel momento peggiore e più doloroso della mia esistenza??? Mi è passata la fame. Me ne vado!”. Mi alzai dalla tavola ed uscii dal ristorante, schifata.

Seguirono telefonate interminabili da parte di quel mio “amico”: egli continuava a cercare di convincermi che la gogna di un “processo” sarebbe stato un duro colpo per la mia carriera.

Dissi nuovamente di no: ma, in ultimo, gli dissi di non chiamarmi nuovamente per propormi la “porcata”.

Non mi chiamò più, il mio “amico”. Avevo rotto le uova anche nel “suo” paniere.

°°°

La morale, di questo lungo monologo è: “Non ti fidare … Non credere alle favole”.

Altro che “dignità dell’avvocatura, salvataggio della categoria, eccetera”: “loro” volevano quelle poltrone che non sono riusciti ad ottenere con una elezione libera.

E avrebbero fatto qualsiasi cosa, anche sporca, per sedervicisi sopra: coinvolgendo chiunque e credendo che una “minaccia” potesse convincermi a tradire me stessa.

Quel mio “amico” tale non è mai stato, a conti fatti.

Infatti, anche oggi, non lo definisco solamente un “ex amico”, ma – più compiutamente – un “ex NON amico”.      

Ovviamente, sono due anni, che sono bersagliata dalle loro continue diffamazioni: il “salto della quaglia” come definizione di me stessa è un ritornello.

Per due anni sono stata in silenzio, ma – soprattutto oggi – ritengo di dover spiegare le ragioni della mia candidatura con un’altra lista.

In realtà, io non voglio essere dentro a “giochi” di potere che vorrebbero ad ogni costo la conquista della carica: per questo, ho detto a quei Signori che non potevano estorcermi un consenso ingiusto.

Io voglio solo continuare a servire la mia categoria: esattamente quello che sto facendo da quattro anni.

°°°

Quei personaggi, oggi, si uniscono in un tutto unico: c’è la collega della “querela” (che, per inciso, mai è esistita), c’è il collega “ex non amico” (che si è trovato alcune uova rotte), c’è quell’altro (divenuto il leader): hanno “selezionato” altre anime, alle quali –probabilmente- avranno elargito gli stessi discorsi che fecero a me sul “bene dell’avvocatura, eccetera, eccetera”.

Costoro spargono veleno, spettegolano e promettono utopie: parlano di una “consulta” per “controllare il controllore” (evidentemente illecita), istigano a commettere reati (come il non pagare i contributi unificati disposti per Legge dello Stato), si dicono contro la mediaconciliazione (mentre istituiscono organismi di mediazione), e organizzano corsi accreditati a prezzi da capogiro.

A latere, creano divisioni e gioiscono degli altrui pregiudizi.  

E, sempre, mi viene in mente quella espressione: “non ti fidare … non credere alle favole!”.

Cristiana Arditi di Castelvetere

 

www.in-sieme.org - copyright © 2009 - tutti i diritti riservati

www.in-sieme.org - copyright © 2009 - tutti i diritti riservati